La salsiccia rossa di Castelpoto, un piccolo Comune in provincia di Benevento, ha un’origine antica, probabilmente risale addirittura alla fondazione stessa del borgo per opera del duca longobardo Potone nell’alto medioevo.

Castelpoto è un borgo medioevale che sorge a 300 metri di altezza nel parco regionale del Taburno, nella valle Vitulanese, e da novembre ad aprile inoltrato si dedica alla produzione di questo presidio Slow Food apprezzato localmente e non solo.

Proprio per questo riconoscimento, la salsiccia rossa di Castelpoto è assolutamente priva di qualsiasi conservante, colorante o additivo: solo un po’ di sale marino e basta.

Salsiccia rossa di Castelpoto: una ricetta della tradizione contadina

Sebbene sia rossa, non è detto che la salsiccia di Castelpoto sia necessariamente piccante. Infatti, il sapore può essere dolce o piccante e dipende esclusivamente dalla concentrazione di polvere di peperoni utilizzata nell’impasto. Ci sono anche deliziose note di finocchietto selvatico e, quindi, quelle forti della carne.

Ma come si produce la salsiccia rossa di Castelpoto? Iniziamo dai suini neri di razza casertana, allevati localmente seguendo un rigido disciplinare e alimentati esclusivamente con foraggi prodotti sul posto e senza l’uso di ogm. Anche il clima e l’aria del monte Taburno fa la sua parte. Del maiale si utilizzano solo determinati tagli, quelli migliori come la spalla, la lonza e la coscia, togliendo tutto il grasso e i nervi. Dopodichè si procede alla macinatura grossolana della carne e poi alla miscelatura con la polvere di paupali.

Perché la salsiccia di Castelpoto è così rossa? Il colore è dato proprio dalla polvere di paupali, i peperoncini rossi autoctoni tipici di Castelpoto che, una volta raccolti, vengono dapprima uniti con ago e filo a formare lunghe collane messe ad essiccare all’aria, poi tostati nei forni alimentati da legna di ulivo e quercia e, infine, macinati in polvere sottilissima.

Il processo di produzione della salsiccia è lungo e laborioso. Dopo che si è impastata la carne di maiale con la polvere rossa di paupali, si procede con l’aggiungere all’impasto un infuso fatto con teste di aglio, sale marino e finocchietto selvatico raccolto sul posto. Si seguita a lavorare manualmente l’impasto per un po’, dopodiché lo si lascia riposare. Infine, viene insaccato nel budello rigorosamente naturale per ottenere finalmente i famosi capuzzielli, ovvero le salsicce del peso di 100-140 grammi e lunghe circa 10 centimetri.

Le piccole salsicce così ottenute vengono messe a stagionare per un periodo medio di circa 25 giorni.

Il segreto della bontà di questa salsiccia sono gli ingredienti: pochi, semplici, naturali e tutti locali.

Come degustare la salsiccia rossa di Castelpoto

La salsiccia è perfetta da servire come antipasto, magari insieme a dei formaggi semi-stagionati. Se è stata confezionata sottovuoto, è meglio lasciarla riposare per una decina di minuti dopo averla tolta dalla confezione. Naturalmente va accompagnata con un vino rosso piuttosto robusto e corposo, ad esempio un Aglianico del Taburno DOC oppure un Taurasi DOCG.

Per esaltarne i sapori si consiglia di mangiarla con del buon pane cotto a legna o, ancora meglio, con il pane cunzat, fatto solo a Castelpoto, con uva passa e ciccioli. La salsiccia la si può gustare anche in altri modi: si può arrostire alla brace, fare in padella oppure al forno.

Grazie a Slow Food, la salsiccia rossa di Castelpoto è apprezzata sulle tavole di tutta Italia e dai palati più esigenti. Non è raro infatti trovarla nei menù delle storiche pizzerie napoletane.

Perché la salsiccia di Castelpoto è un presidio Slow Food?

Lo Slow Food è un’idea, un modo di vivere e un modo di mangiare. È un movimento globale con migliaia di membri in tutto il mondo che collega il piacere del cibo con l’impegno verso la comunità e l’ambiente. Si tratta di cibo buono, pulito ed equo.

  • Buono. La parola buono può significare molte cose. Per Slow Food, l’idea di buono significa gustare cibo eccellente ricavato con cura dalla coltivazione delle piante e dall’allevamento di animali sani. I piaceri del buon cibo possono anche aiutare a costruire una comunità e a celebrare la cultura e la diversità regionale.
  • Pulito. Quando parliamo di cibo pulito, parliamo di alimenti nutrienti che fanno bene al pianeta ed al nostro corpo. È coltivato e raccolto con metodi che hanno un impatto positivo sui nostri ecosistemi locali e promuove la biodiversità. Il cibo pulito è organico e senza insetticidi, niente prodotti che sono stati modificati geneticamente, anche se sono esteticamente più gradevoli. La chiave per vivere una vita salutare è quella di fare di pasti a base di cibo naturale e minimamente elaborato.
  • Equo. Il cibo è un diritto universale, dovrebbe essere accessibile a tutti, indipendentemente dal reddito. Quello che arriva sulle nostre tavole deve essere prodotto da persone trattate con dignità e giustamente compensate per il loro lavoro.

In questo contesto si inserisce perfettamente la salsiccia di Castelpoto che viene realizzata con ingredienti semplici, naturali e tutti locali.

Slow Food è nato in Italia

Il movimento Slow Food è nato per contrastare il fast food, originato dal frenetico stile di vita americano, e per educare le persone a mangiare i prodotti locali. L’associazione, desiderosa di ridare il giusto valore al cibo nel rispetto di chi produce e in armonia con l’ambiente, si prefigge di proteggere la biodiversità, educare la popolazione a cibarsi di prodotti freschi e di mettere in contatto i produttori attraverso eventi slow food.

Il movimento si è già diffuso velocemente in oltre 150 Paesi, raccogliendo estimatori nei ristoranti e nei negozi di alimentari attenti a certe tematiche. I mercati contadini sono diventati il paradiso degli ingredienti freschi in una terra resa sempre più desolata a causa dei prodotti chimici.

Libri e siti web dedicati al movimento Slow Food sono divenuti ultimamente molto popolari, in particolare alla luce delle tendenze eco-friendly. Lo slow food non è cibo che subisce mille manipolazioni prima di arrivare in tavola.

Non è un caso che l’organizzazione eco-gastronomica Slow Food sia nata proprio in Italia nel 1989. L’apprezzamento a livello mondiale per il cibo e gli ingredienti prodotti dal lavoro della terra stà convincendo milioni di persone nel mondo ad abbandonare lo stile di vita frenetico e ad apprezzare l’arte del mangiare.

Condividi l’esperienza culinaria slow food

Mentre stai mangiando prenditi il tuo tempo per goderti il gusto del cibo fresco. Invita gli amici e cucinate insieme. Rendendo l’effettiva preparazione del cibo una parte integrante del pasto, apprezzerai di più il prodotto finito ed è probabile che farai più attenzione nella scelta degli ingredienti.

Il binomio formato da salsiccia rossa di Castelpoto e maiale è l’occasione perfetta per assaporare il risultato della cultura contadina sannita che si è tramandata per secoli grazie ad una tradizione rimasta sempre uguale e gelosamente custodita.

Se vuoi apprezzare la salsiccia rossa di Castelpoto e ti piacerebbe scoprire i sapori della cucina slow food locale, con i vini del Sannio, perché non fare un’escursione nella provincia di Benevento? Scoprirai una terra disseminata di oliveti e vigneti immersi nelle campagne all’ombra del Taburno, una città ricca di storia e di tesori romani e longobardi, un vero museo a cielo aperto.

Per informazioni sulle escursioni e per organizzare percorsi enogastronomici contattaci allo 0824482030 oppure scrivici compilando questo form di contatto

Quando si ritrova qualcosa che si pensava di aver perso, ci pervade sempre un piacere inaspettato, una gioia interiore che ci fa sentire bene e in pace con il mondo. Pensate a quando si recupera e si riscopre qualche prodotto della terra che si credeva ormai perduto, lavorando su vecchi semi consegnati come pepite preziose, come il caso del pomodoro Re Fiascone, detto anche Re Umberto.

Il nome è un omaggio al re d’Italia Umberto I di Savoia, che visitò Napoli e si fece servire il “re dei pomodori”.

Una vera perla rossa della Costiera Amalfitana, una varietà antica che risale al 1878 il cui valore è immenso per la cucina campana, che praticamente lo ha reso un prodotto di consumo quotidiano.

Grazie alla riscoperta di antiche coltivazioni e allo sforzo di giovani agricoltori che tornano alla terra con tecnologie moderne applicate alle tecniche tradizionali, è facile pensare che avremo nel prossimo futuro una forte attenzione rivolta a questo frutto rosso. Possiamo prevedere un sempre più diffuso interesse nei confronti di questa gustosa varietà, con nuove tradizioni da riprendere.

Dove trovare il pomodoro della Costiera Amalfitana?

Il Re Fiascone è una varietà unica e speciale, un pomodoro raro e profumato, molto gustoso e sodo, coltivato nelle colline e nei terrazzamenti, le vecchie “ture” della Costiera Amalfitana, soprattutto nella zona di Tramonti, a circa 200 metri sul livello del mare.

Molto bella è la storia delle associazioni ed enti, come l’Associazione Costiera Amalfitana Acarbio, che si impegnano in progetti volti proprio al recupero di questi preziosi terrazzamenti e dei prodotti di questa terra. In particolare li conosciamo grazie al video di Gianpietro e Senem, i giovani custodi della terra amalfitana, un esempio eccellente di rinascita del territorio.

Questa non è una zona della Costiera in cui lavorare la terra è semplice. L’agricoltura qui richiede un duro lavoro e molta fatica, ma quando vedi nascere i frutti, allora è una meraviglia della natura. Come dice Gianpietro:

ha una resa enorme ed è di ottima qualità

Questo è un pomodoro che si coltiva senza usare nulla, quindi niente pesticidi e niente verde rame.

Come cucinare il pomodoro Re Fiascone

Dalla pizza alla pasta fresca, il pomodoro Re Fiascone è buono anche crudo sul pane, con olio extravergine di oliva, sale e basilico fresco.

Ma attenzione, la vera pizza è quella di Tramonti, chiamata De.Co. (denominazione comunale), che ha recuperato e consolidato la tradizione e le caratteristiche che le appartengono, e con esse la memoria storica del cibo e del luogo dove nasce. Viene e può essere prodotta esclusivamente all’interno del comune di Tramonti. Si tratta di una pizza a forma di disco fragrante e molto leggero nella quale vengono utilizzati prodotti locali e di qualità eccelsa. Tra questi ingredienti vi è il pomodoro Re Fiascone, l’olio extravergine di oliva delle Colline Salernitane e la mozzarella della tradizione casearia campana.

Niente incarna l’essenza dell’estate del sud Italia come i colori vibranti della saporita insalata caprese, un vero classico della cucina napoletana. La perfetta combinazione di pomodori maturi e baciati dal sole, mozzarella fresca e basilico profumato. Si tramanda che questa semplice insalata abbia avuto origine sull’isola di Capri, dalla quale è derivato poi il nome di insalata caprese.

La ricetta della caprese prevedeva originariamente i pomodori Re Umberto, tradizionalmente coltivati lungo la Costiera Amalfitana, e la treccia di Sorrento, cioè la tipica mozzarella a treccia. Inoltre, contrariamente alla pratica popolare, l’autentica ricetta dell’insalata caprese non richiede aceto balsamico né qualunque altro tipo di aceto. La mozzarella e i pomodori Re Fiascone sono tagliati a fette spesse, disposti su un piatto e guarniti con foglie di basilico. Per finire vengono spolverati con un po’ di sale e pepe bianco e completati da un generoso filo di olio extravergine di oliva.

Il miglior pomodoro per la pizza Margherita?

La pizza Margherita è il cibo più imitato in tutte le sue forme e senza dubbio tra i più amati al mondo. Che sia fatta con un autentico fiordilatte campano o con mozzarella di bufala, rimane da capire qual è il pomodoro migliore che si abbina perfettamente con questi ingredienti mediterranei.

I latticini, come il fiordilatte di Agerola o la mozzarella di bufala DOP, infatti, si sposano bene con i principi attivi del pomodoro. Per la pizza Margherita non c’è una strada unica da seguire in fatto di pomodori.

Molti ritengono che il pomodoro San Marzano DOP sia il migliore da utilizzare. Questo frutto, coltivato su terreni ricchi d’acqua come quello dell’Agro Sarnese Nocerino, risulta ricco di minerali ed ha un sapore intenso. È necessario però schiacciarlo a mano, per evitare l’ossidazione causata dall’aria che si infiltra se si utilizzassero strumenti meccanici come i frullatori a immersione.

Secondo diversi maestri pizzaioli, il San Marzano è sì un buon pomodoro, ma non proprio adatto ad ogni tipo di Margherita. Infatti, la quantità di acqua al suo interno potrebbe non interagire al meglio con gli impasti molto idratati.

Il pomodoro Re Fiascone, varietà la cui coltivazione è stata ripresa negli ultimi anni, è invece quello che si sposa meglio con una Margherita. Questa coltivazione recuperata nei territori della costa amalfitana, infatti, è una specie di “nonno” delle altre varietà di pomodori più noti e diffusi. A detta dei migliori pizzaioli la sua succosità, dolcezza e forte salinità forniscono nuove sfumature di sapore ad una pizza Margherita. Inoltre, la sua buccia lo rende davvero perfetto per farci le conserve.

Re Fiascone come modello di sviluppo sostenibile per il territorio

Abbiamo visto come il pomodoro Re Fiascone, antica varietà coltivata in Costiera Amalfitana già all’inizio del XIX secolo, sia andata poi scomparendo fino a diventare quasi introvabile. L’Associazione Costiera Amalfitana Riserva della Biosfera Acarbio, in collaborazione con il centro di ricerca Crea-Ort di Pontecagnano e il Comitato promotore dei Distretti Rurali, grazie ad un progetto di crowdfunding, e agli “agricoltori custodi”, sono riusciti a rimettere in coltivazione e in produzione questa varietà.

Il risultato di questo progetto è un prodotto finale di alta qualità, e il marchio Re Fiascone è da considerare come l’inizio di un modello di sviluppo sostenibile per il territorio. Questo modello mira a rilanciare l’economia locale, sostenendo i piccoli “agricoltori custodi” e, allo stesso tempo, salvaguardando il delicato paesaggio terrazzato di Tramonti, in Costiera Amalfitana.

Un prezioso esempio dei risultati che derivano dalla capacità di lavorare a fianco dei “salvatori di semi” e degli altrettanto preziosi “agricoltori custodi”.  Il loro obiettivo è mettere a disposizione terra e lavoro in nome della volontà di non perdere una biodiversità unica al mondo.

La Falanghina è un vino bianco pregiato, frutto di un vitigno antichissimo e originario delle pendici del Taburno. Probabilmente fu introdotto dagli stessi Romani in queste terre, forse deriva dal Falerno bianco, un vino campano particolarmente apprezzato dai Romani. Da decenni è famosa la produzione di Sant’Agata dei Goti e dei paesi collinari nei pressi di Benevento.

La Falanghina si produce esclusivamente in una zona ben precisa della Campania. Il vino che si ricava da questo tipo di uva viene consumato principalmente nel sud Italia, il più delle volte insieme ai frutti di mare.

Il vino ottenuto dalla Falanghina è noto come vino Falerno, mentre l’uva è anche conosciuta come Biancazita, Biancozita, Biancuzita o Falanchina. Pur avendo origine da un vitigno con radici davvero nobili e con una storia molto lunga, la Falanghina è un vino sorprendentemente poco conosciuto. Se però consideriamo che la Falanghina si adatta perfettamente ai gusti di coloro che preferiscono vini bianchi luminosi, freschi e aromaticamente complessi, allora probabilmente questo sarà un vino destinato a entrare in futuro nelle grazie dei bevitori di vino di tutto il mondo.

Sannio: capitale europea del vino

Già nel 2019 il territorio “Sannio Falanghina” è stato eletto Capitale Europea del vino, con le realtà di Torrecuso, Guardia Sanframondi, Castelvenere, Solopaca e Sant’Agata dei Goti salite alla ribalta internazionale per il prestigioso riconoscimento. Innanzitutto, la Falanghina come uva da vino merita rispetto sia per la sua importanza storica, sia per l’importanza che riveste oggi: il territorio Beneventano produce oltre la metà dei vini campani, più della metà dei vini DOC e IGT dell’intera regione, e la Falanghina è di gran lunga il bianco più importante. Sebbene oggi si stia diffondendo la conoscenza degli eccezionali vini del Sannio, tuttavia il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo tendono ancora a focalizzare su di loro la massima attenzione degli amanti del vino bianco.

Una delle caratteristiche più interessanti della Falanghina del Sannio è che una percentuale molto elevata di questo vino è prodotta dalle cooperative. La cultura cooperativa tra gli oltre 2.000 soci produttori di uva è molto forte e fa parte del tessuto vitivinicolo e agricolo di questa zona. Ci sono alcune singole aziende produttrici come Fontanavecchia ad esempio, ma le 4 cooperative – La Guardiense, Solopaca, Taburno e Vigne Sannite – concentrano la maggior parte dell’attività vitivinicola della Falanghina del Sannio.

Perché scegliere la Falanghina del Sannio

La Falanghina del Sannio è una zona DOC molto vasta che occupa tutta la provincia di Benevento, compresa la sovrapposizione con l’importante isola DOCG dell’Aglianico del Taburno che si trova al centro del Beneventano. Il vino ha un carattere forte e piacevole per via della vivace acidità che lo rende perfetto per accompagnare cibi come pesce, insalate e pasti leggeri estivi. Tuttavia, ha più corpo di quanto sembri, si nota subito al palato la profondità e la ricchezza del vino, al di la del suo aspetto luminoso e accattivante. La Falanghina del Sannio DOC prevede anche la realizzazione di diversi spumanti tra cui un’ottima bollicina “metodo classico”. Esistono anche vini passiti dolci di Falanghina, caratterizzati da un bel colore dorato e dagli aromi di albicocca e miele, che vengono lasciati appassire sia in vigna che su graticci di paglia.

Le proprietà organolettiche della Falanghina

Sebbene ci siano diversi vini ottenuti da uve Falanghina, la maggior parte di loro ha alcune caratteristiche comuni, in particolare le proprietà organolettiche. Per quanto riguarda il colore, la maggior parte dei vini Falanghina sono di colore giallo paglierino con qualche riflesso verdognolo. L’aroma dei vini tende ad essere estremamente gradevole ma allo stesso tempo molto intenso, fruttato e caratteristico. Il gusto, solo lievemente acido, potrebbe essere descritto come armonico e con un delizioso sapore secco e fresco.

Falanghina: come va gustata?

Il modo migliore per gustare una bottiglia di Falanghina è abbinarla a dell’ottimo cibo. Però, non tutti i piatti si sposano con questo vino bianco. Esistono, infatti, alcuni cibi in particolare che vi permetteranno di apprezzare un buon bicchiere di Falanghina: frutti di mare, pesce grigliato e fritto, crostacei, ma anche formaggi a pasta molle, mozzarella di bufala, piatti a base di carni bianche come il pollo. Può essere servita per accompagnare gli antipasti e si sposa molto bene pure con le minestre di legumi. La Falanghina passita, invece, va bene con dolci secchi e formaggi stagionati. La temperatura ideale per gustare un buon bicchiere di Falanghina è tra i 10° e i 12°, quella spumantizzata va servita a 6° e, infine, la Falanghina passita meglio gustarla ad una temperatura compresa fra gli 8° e i 10°.

Dove si produce la Falanghina del Sannio?

Coprendo essenzialmente tutta la provincia campana di Benevento, il territorio del Sannio confina con la Puglia a est e con il Molise a nord. Il capoluogo di regione Benevento dista solo un’ora di auto da Napoli. L’area è circondata da alte montagne, tra cui il caratteristico massiccio del Monte Taburno. I vigneti stessi si trovano ad altitudini che vanno dai 350 ai 500 metri. Gli sbalzi diurni tra la temperatura diurna e quella notturna aiutano a preservare la caratteristica tonicità e freschezza dei vini.

 Chi sono i produttori?

La produzione vinicola di Falanghina è concentrata in gran parte nelle quattro grandi cooperative. Vi sono diverse eccellenti cantine indipendenti, le più note delle quali sono: Fontanavechia, Il Poggio, La Dormiente, Masseria Venditti, Terre Stregate. Anche le cooperative producono vini straordinari, in particolare La Guardiense che con i suoi 1.000 soci è una delle cooperative agricole più grandi d’Italia.

Qual è il momento migliore per fare una visita nella Strada dei Vini del Sannio?

La Campania è un posto meraviglioso da visitare in qualsiasi periodo dell’anno. La primavera e l’autunno potrebbero essere i periodi migliori. Il Sannio è una zona che ti piacerà visitare indipendentemente dal periodo dell’anno.

La Strada dei Vini è un itinerario enogastronomico riconosciuto dalla Regione con D.G.R. 3504 del 2001, costituito da percorsi che si sviluppano nel cuore del Sannio fra le valli del Titerno e del Taburno. Un paesaggio che conserva la bellezza e le tradizioni di un tempo.  Qui troviamo chiese, borghi e castelli medioevali. È un territorio orgoglioso delle sue origini e delle sue tradizioni, indissolubilmente legato con il passato. Ciò è testimoniato dai numerosi reperti storici, artistici e archeologici visibili sia nella città di Benevento che nella sua provincia.

Da un’escursione nella Strada dei Vini scaturisce una vacanza davvero interessante. La genuinità dei prodotti agroalimentari sanniti si fonde con la ricchezza delle tradizioni locali.

Se sei interessato a un “tour vendemmia” nella bellissima terra sannita e vuoi scoprire i colori e i profumi dei grappoli d’uva, i segreti che si nascondono dietro gli antichi processi di lavorazione dell’uva, visitando i suggestivi borghi medioevali del posto, contatta la nostra agenzia a Benevento. Il nostro staff sarà lieto di risponderti allo 0824482030 per fornirti tutte le informazioni che desideri, oppure compila questo form e sarai prontamente ricontattato.